Società di comodo, non operative od in perdita sistemica: novità principali

La normativa sulle società di comodo si è fatta, soprattutto a partire dal 2012, di anno in anno sempre più rigida (l’ultima modifica è avvenuta nel 2014), fino a giungere all’applicazione di un meccanismo che funziona in modo molto simile agli studi di settore utilizzati per il monitoraggio delle varie categorie interessate.

Società di comodo o società non operative?

Secondo le più recenti leggi (ancora non ci sono novità per quanto riguarda il 2015), le società non operative e quelle in cosiddetta ‘perdita sistemica’ vengono considerate in modo quasi automatico come società di comodo. Tuttavia si può parlare di società realmente di comodo quando la creazione della società in questione avviene non per finalità di tipo produttivo, quanto per la gestione di beni che appartengono ai soci, e che, in questo modo, riescono a fruttare una serie di vantaggi fiscali (tra aliquote progressive e possibilità di detrazione), di cui non godrebbero se gli stessi beni fossero di proprietà loro in modo diretto come ad esempio il rimborso del credito Iva.

Come vengono individuate le società di comodo?

Si applica un principio di “presunzione legale relativa” che mette in confronto i ricavi, le rimanenze ed i vari introiti, esclusi quelli di tipo straordinario imputabili alla società (il calcolo viene fatto sulla base degli ultimi 5 anni), con un valore “presunto” di ricavi che quella stessa società (considerate le tipologie di investimenti, crediti e immobilizzazioni, che vengono calcolati sulla base di determinate percentuali) dovrebbe aver almeno prodotto. Se risulta che i ricavi risultanti nell’attivo di esercizio sono inferiori al valore del presunto ricavo calcolato (che viene fatto tramite il “test di operatività”) allora viene considerata una società di comodo, per cui scatta un sistema di imposizioni fiscali che rendono la sua gestione e mantenimento fortemente penalizzante per i soci stessi (fino al rischio di messa in liquidazione).

Il limite del test di operatività

Così come è avvenuto per gli studi di settore, il rischio è che alcune società, semplicemente non operative (perché per cinque esercizi non sono state in grado di produrre utili a sufficienza, così da non riuscire a superare il test di operatività), vengano sanzionate attraverso l’aggravio fiscale (a partire dalla crescita dell’aliquota al 38%), pur trattandosi di società che sono nate proprio con lo scopo si produrre e/o commercializzare i propri prodotti, e ‘semplicemente’ in reale difficoltà legata alla crisi dilagante.

Approfondimenti: Carta di credito anonima e Riciclaggio di denaro.